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SCHEDA TECNICA
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Sito nel comune di Lasino (TN) Distanza da Trento |
km 20,00
(sulla strada provinciale
della Valle di Cavedine) |
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Quota s.l.m. |
mt 550,00 |
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Area parco cintato |
ha 12,50 |
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Area cintata castello |
mq 4.200,00 |
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Area giardini cintati/cortili/portici |
mq 1.630,00 |
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Zona diroccato |
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Superficie totale |
mq 1.675,00 |
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Locali coperti |
mq 395,00 |
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Torre praticabile con scala interna, altezza |
ca mt 20,00 |
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Zona abitabile |
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Locali abitabili |
mq 1.500,00 |
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Locali cantinati |
mq 76,00 |
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Salone piano secondo al rustico |
mq 270,00 |
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Cappella |
mq 77,00 |
La zona abitabile è fornita di impianto elettrico, telefonico (con
derivazione in tutti i locali letto al piano primo, 5 punti al piano
terreno e seminterrato), impianto idrico (n.13 locali bagno +
lavanderia + cucina) e fognario.
La fornitura di acqua potabile è garantita da un acquedotto ad uso
esclusivo.
L’allacciamento all’impianto di gas metano non è presente, ma la
fornitura è arrivata nell’ultimo anno al borgo sottostante.
E’ presente un impianto di illuminazione della cinta muraria del
castello.
LA STORIA:
Alcuni cenni storici
Nella Valle dei Laghi, sulla sommità di un dosso roccioso
sovrastante gli abitati di Calavino e Lasino, contornato di macchie
di lecci che ammantano la rupe e così pure il versante occidentale
del monte Bondone che ad anfiteatro si dispiega alle sue spalle,
appare castel Madruzzo, cui si giunge salendo una ardita strada
cinquecentesca, scavata nella roccia su cui si innalzano le mura
medievali del castello.
Non sono rimaste notizie certe su chi per primo mise mano alla
costruzione di quelle mura e della parte più antica del castello che
si sviluppa attorno alle due torri.
Fu intorno al 1160 che Gumperto di Madruzzo (nel tempo venne
chiamato Gumpone), insieme al nipote Boni Insegna, ricevette
solennemente dal Vescovo dell’epoca, Adelpreto II, l’investitura
della fortezza, un insieme di due torri (oggi meglio conosciute come
la torre di Gumpone e la torre di Boninsegna) con a fianco le
residenze, il tutto circondato dalle mura costruite sulla roccia.
La lunga storia della prima dinastia della famiglia Madruzzo
(1100-1400 circa) è attraversata da una serie di avvenimenti
contrastanti: scomuniche, seguite dalla privazione della fortezza
oltre ad assedi, espugnazioni, congiure e distruzioni del castello
che infatti, solo in quegli anni, pare sia stato ricostruito ben tre
volte.
Dopo un breve passaggio della proprietà alla famiglia Roccabruna (50
anni circa) furono i Signori di Nanno la seconda famiglia di Castel
Madruzzo, i quali contribuirono enormemente ad arricchire la storia
della casata (1400-1690 circa) di cui peraltro conservarono
gelosamente il nome, sostituendolo a quello che usavano allora.
Il primo ad assumere il titolo di Signore di Madruzzo fu
Giangaudenzio, nato nel 1480.
Fu con lui che la seconda famiglia dei Madruzzo iniziò l’ascesa che
l’avrebbe portata nel Cinquecento all’apice della sua fama e a lui
si devono i lavori di restauro, di sopraelevazione e di ampliamento
che trasformarono la severa fortezza di Madruzzo in elegante
residenza principesca.
La sua fortuna si costruì all’ombra del Principe Vescovo di Trento,
Bernardo Clesio, di cui fu economo e procuratore enerale alla Dieta
di Worms alla presenza di Carlo V.
Giangaudenzio si mise in luce anche durante la repressione della
rivolta contadina che, scoppiata nel 1524 a Stühlingen nella Foresta
Nera, si era poi estesa alla Renania e alla Turingia e nel 1525
aveva raggiunto anche il Tirolo.
Come commissario per la difesa del Principato di Trento, il Signore
di Madruzzo contribuì infatti a spegnere la rivolta che aveva
portato all’assedio della città e alla fuga dello stesso Clesio.
Fu inoltre uno dei protagonisti della battaglia di Pavia, in cui le
truppe di Carlo V sconfissero il re di Francia Francesco I, e
ricevette, primo tra i trentini, il titolo di Barone da Ferdinando I
re dei Romani, di cui era consigliere.
Fu però con uno dei figli che Giangaudenzio ebbe da Eufemia di
Sporenberg, Cristoforo, che la famiglia dei Madruzzo raggiunse il
massimo della fama.
Tradizioni di splendido fasto distinsero il nuovo Principato
vescovile: ricchezze, relazioni, cariche politiche e militari
influenzarono tutto il mondo di allora.
Iniziavano gli anni che videro come protagonisti della storia
trentina i famosi quattro Madruzzo, i Vescovi Cristoforo
(1512-1578), Ludovico (1532-1600), Carlo Gaudenzio (1562-1629) e
Carlo Emanuele (1599-1658).
La nuova residenza veniva così adoperata per accogliere i grandi
personaggi che, passando per Trento, facevano la Storia di quella
tormentata Europa del tempo.
Fu lo scenario di alcune fasi del Concilio di Trento (1545-1565),
uno scenario coronato da soggiorni con memorabili ricevimenti e con
celebri banchetti, ad uno dei quali partecipò anche il Conte di
Luna, ambasciatore di Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero
(1500-1558).
Nato nel castello di Madruzzo il 5 luglio 1512, Cristoforo, appena
ventiseienne, alla morte di Bernardo Clesio fu nominato Vescovo e
Principe di Trento. Tre anni dopo divenne amministratore del
Vescovado di Bressanone e nel 1543 fu creato Cardinale da Papa
Paolo III.
Uomo orgoglioso e di grandi ambizioni, Cristoforo fu quindi il
primo della sua casata a detenere quella carica di Principe
Vescovo che, tramandata con un’attenta politica nepotista, rimarrà
per oltre un secolo prerogativa della famiglia Madruzzo.
L’avvenimento più notevole del suo Vescovado fu l’apertura nel
1545 a Trento del famoso Concilio, al quale il Madruzzo partecipò
assai attivamente contrapponendosi spesso a quel Cardinale del
Monte, legato pontificio, che, nel 1550, diverrà Papa con il nome
di Giulio III.
Nel 1567 Cristoforo, non senza successivi pentimenti, rinunciò al
Principato in favore del nipote Ludovico e si ritirò a Roma. Morì
nella villa d’Este a Tivoli il 5 luglio 1578.
Nei tempi successivi i Madruzzo sempre più legarono la loro storia
e quindi quella del loro castello con quella dell’Italia e
dell’Europa intera.
Fu durante una delle invasioni spagnole che il Duca di Vendôme,
inviato in Italia per combattere il principe Eugenio (impedendogli
così di portare soccorso al Duca di Savoia), distrusse al suo
passaggio anche Madruzzo (1703), incendiando il castello e il
parco.
Nei 40 anni circa che precedettero l’arrivo delle truppe
incendiarie di Vendôme, Castel Madruzzo, morto Carlo Emanuele
senza lasciare eredi diretti, passò in mano alla famiglia
Lenoncourt (grazie a lontane parentele) e poi alla famiglia del
Carretto di Genova che amministrò la grande residenza con scarso
interesse. Dopo l’incendio, i nuovi proprietari non furono in
grado di riparare i danni più gravi, cosicché per la loro incuria
la distruzione del castello proseguì anche ad opera della gente
dei dintorni che poteva servirsi liberamente delle rovine per
ricostruire i villaggi della valle.
Il periodo più rovinoso che la storia dei Madruzzo conobbe ebbe
finalmente fine ai primi anni del XIX secolo quando il castello
venne messo all’asta ed acquistato dalla famiglia Larcher di
Trento, che iniziò una paziente opera di ricostruzione della
residenza e di ristrutturazione del parco. Un altro personaggio di
rilievo nella storia della letteratura italiana si ferma a
Madruzzo quando ancora il Trentino appartiene all’Austria e
guardando giù dalle finestre della fortezza verso l’Italia scrive
della sua Patria (Corriere della Sera-1893). Era Antonio
Fogazzaro, parente del Larcher, che soggiornò a Madruzzo per
ultimare “Malombra”, il suo primo romanzo di vero successo; a
Castel Madruzzo dedicò nel 1899 “Sonatine bizzarre”.
Gli ultimi restauri furono eseguiti dagli attuali proprietari
Montagna nel rispetto delle caratteristiche di questo monumento
storico. Esso è stato adattato per un certo periodo a
residenza-albergo, nell’ambito della catena di relais “Route du
Bonheur”. E’ stato inoltre sede di importanti manifestazioni
artistiche e culturali.
Un giardino “all’italiana” ed un ampio parco naturale di lecci ed
alberi secolari circondano il castello e ne completano la
proprietà.
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